Lesbiche in India

foto da www.magictimeviaggi.it

foto da www.magictimeviaggi.it

L’India è piena di contraddizioni: povertà ampiamente diffusa ma vengono acquistate continuamente nuove tecnologie ; la società è rigidamente divisa in caste, i neonati di sesso femminile vengono ancora uccisi alla nascita, nelle campagne le donne più libere e indipendenti sono considerate streghe e per questo punite, ma l’India ha eletto un Presidente donna; i matrimoni sono combinati dalle famiglie e le donne non hanno voce in capitolo dato che il loro ruolo è di essere buone mogli e madri, e d’altra parte Presidente della Camera Bassa in Parlamento è donna: Meira Kumar; le lesbiche si suicidano perchè le rispettive famiglie rendono loro la vita insostenibile, altre volte invece si sposano e lottano per ottenere il riconoscimento legale delle loro unioni.

Ed anche l’omosessualità, mentre è condannata dalla maggioranza della popolazione e dalle Chiese che esercitano la loro influenza su politica e coscienze, lo scorso 1 luglio l’Alta corte di Delhi ha sentenziato che l’omosessualità non può essere penalmente sanzionata, e che in osservanza della Costituzione gli omosessuali non posssono subire discriminazioni, aprendo così la strada a un possibile riconoscimento legale delle coppie omosessuali.
La depenalizzazione dell’omosessualità, è stata confermata dalla Corte Suprema dell’India il 19 luglio 2009 e perciò estesa a tutto il Paese.

La sentenza fa tornare l’India indietro di 150 anni, ma a quanto pare a volte si deve guardare al passato per proseguire nel futuro.
Gli antichi testi sacri indù infatti non condannano esplicitamente i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, presentando anzi come protagonisti personaggi che oggi definiremmo omosessuali, transessuali e lesbiche (l’eroe Bhagiratha è figlio di due donne).
L’art. 377 del Codice Penale indiano che sanzionava l’omosessualità maschile con la detenzione fino a 10 anni o addirittura l’ergastolo nei casi considerati più gravi, fu introdotto nel 1861, frutto avvelenato del colonialismo inglese.

Con l’indipendenza dal Regno Unito l’India ha mantenuto quasi invariate le strutture importate dagli Inglesi, tra cui l’omofobia, la cui estirpazione ha assunto anzi un carattere patriottico essendo da allora considerata non solo una devianza, un reato, ma anche un vizio importato dall’Occidente, una contaminazione che comporterebbe la decadenza della civiltà indiana.

Questo fino alla sentenza dell’Alta Corte di Delhi che ha riconosciuto come la Costituzione indiana vieti ogni discriminazione, sentenza ora estesa in tutta l’India grazie alla decisone della Corte Suprema indiana. E già le prime voci parlano di un Parlamento a questo punto costretto a emanare una legge sul riconoscimento delle unioni omosessuali.

Nella società indiana l’omosessualità è ancora vista con sospetto e disprezzo dalla maggior parte della popolazione, in perenne lotta con povertà e ignoranza, condizioni che nutrono i pregiudizi, aggrappandosi alle tradizioni, tra cui quella dei matrimoni combinati dalla famiglia e dove il volere degli sposi, specie se donne non è tenuto in nessuna conto.
Anche Bollywood, orgoglio indiano, fa propaganda a favore della famiglia tradizionalista, di uno stile di vita tradizionale, fondato sull’eterosessualità e sul patriarcato.

E le lesbiche?
L’articolo 377 del Codice Penale Indiano, ora dichiarato incostituzionale perchè viola i “diritti fondamentali” garantiti dal dettato costituzionale all’art. 21, il diritto di uguaglianza stabilito dall’articolo 14 e il divieto di discriminazione sancito dall’art. 15, così recitava:
“Chiunque, anche volontariamente, abbia rapporti carnali contro l’ordine della natura di ogni uomo, donna o animale, dovrà essere punito col carcere a vita o per un periodo di tempo diverso al termine del quale lo stesso può essere esteso per altri dieci anni e sarà inoltre comminata una sanzione pecuniaria… La penetrazione è sufficiente per costituire un rapporto carnale e rappresentare u reato secondo quanto descritto dall’Articolo di Legge”.
Tale articolo puniva a rigore la sola omosessualità maschile, con la dicitura “contro natura” intendendosi solo la sodomia, e quindi apparentemente le lesbiche godevano di una posizione di favore, tipica di chi, non contando nulla, non viene minimamente preso in considerazione.

In realtà le lesbiche sono doppiamente discriminate: in quanto omosessuali ma prima ancora in quanto donne.

Il ruolo della donna nella società indiana è subordinato a quello maschile, le donne, anche quelle privilegiate che hanno una cultura universitaria, devono essere innanzitutto mogli devote e buone madri, pena la loro stessa vita.
Nascere donna in India può essere ancora una disgrazia: le neonate nate nelle campagne vengono uccise dalle stesse levatrici su richiesta dei genitori, i feti di sesso femmilnile vengono abortiti nelle cliniche private nelle città; in una società dove i matrimoni sono combiati non solo le donne non hanno diritto di scelta, ma rischiano gravi violenze e anche la morte (fatta passare come incidente domestico) se la dote offerta dai genitori non soddisfa le richieste del marito.

Le lesbiche subiscono tutte le discriminazioni delle donne eterosessuali, quelle proprie degli omosessuali che sono considerati troppo spesso anormali o portatori dei vizi della decadente società occidentale ma su di loro ricade un’ulteriore colpa: sono donne che si ribellano al ruolo proprio, “naturale” del genere a cui appartengono, sono donne che non dedicano la loro vita ad un uomo, ai figli, alla famiglia, sono donne che non stanno al loro posto, che non fanno le donne.
Questo le condanna spesso alla violenza della famiglia e della società, fino a scegliere il suicidio, come nel caso salito all’onore delle cronache del maggio del 2008 in cui due donne di 38 e 40 anni, dopo essere state costrette a matrimoni tradizionali con mariti loro imposti dalle rispettive famiglie, esasperate dalle continue vessazioni, si sono cosparse di cherosene e date fuoco.
Se nate in paesi di campagna l’unica possibilità di sopravvivenza può essere la fuga in grandi città più tolleranti come Delhi o Mumbay (Bombay), dove esistono help-line, gruppi di supporto e sono diffuse riviste lesbiche e femministe.

Talvolta vi sono però storie felici, come quella di Jaya Verma e Tanuja Chauhan, la prima coppia lesbica a sposarsi, nel maggio del 2001 nella piccola città di Ambikapur con rito indù; o di Raju e Mala che si sono sposate sempre con rito indù a Mumbay nel 2005, e ora sono intenzionate a chiedere il riconoscimento legale del loro legame.

Fonte:www.globa-les.com

Articoli simili

Leave a Reply