Zanzibar fu il primo locale italiano per lesbiche

Spettacolo femminista

Spettacolo femminista

Lo Zanzibar è stato il primo locale italiano per lesbiche.
Fu inaugurato a fatica, nel ’78 a Roma, a Trastevere, dopo diverse assemble e lotte politiche.

A più di 30 anni di distanza riaffiora la memoria del primo locale italiano per lesbiche, attraverso le immagini di “Zanzibar, una storia d’amore”, documentario di Francesca Manieri e Monica Pietrangeli che passerà al Tekfestival, storica rassegna-laboratorio dedicata al cinema indipendente, in corso a Roma fino al 13 maggio.

Questo documentaro è stato realizzato attraverso un ricco repertorio, tante interviste e molta ironia da parte di alcune testimoni nel rileggere oggi quegli anni di militanza ed entusiasmi. Ma anche con tanto amore.

Una storia d’amore, come recita il titolo, è anche l’inizio dell’avventura dello Zanzibar, quello delle due fondatrici del locale: Nicoletta Sivieri, scomparsa nel 2005 e Tiziana Mazza che ricostruisce in prima persona il filo della memoria nel film.

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Il ruolo delle donne nella Resistenza

Staffette partigiane

Staffette partigiane

La festa del 1° Maggio intende ricordare l’impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori.
La festa del lavoro è riconosciuta in molte nazioni del mondo ma non in tutte.

L’origine della festa risale ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro a New York il 5 settembre 1882.

In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista, poi fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale.

Forse per questo la festa del primo maggio è tanto legata alla liberazione d’Italia.
In questa data vengono organizzate in tutta Italia manifestazioni di ogni genere all’interno delle quali si vedono sbandierare badiere dei partiti antifascisti e ex partigiani e figli scendono in campo per ricordare la liberazione.

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Le lesbiche e l’olocausto

Anna-FrankNegli ultimi anni gli studiosi hanno cercato di ritrovare la storia delle persecuzioni naziste nei confronti degli omosessuali.
Facendo luce su questo argomento si è evidenziato il fatto che le lesbiche da sempre sono invisibili, quasi per niente considerate.
Nel 1935 il ministro della Giustizia tedesco si rifiutò di includere le lesbiche nella legge che puniva l’omosessualità maschile affermando che le lesbiche erano molto difficili da individuare.
In realtà i nazisti perseguitavano tutte le donne in generale.

Essere donna durante il regime nazista era pericoloso.
Qualsiasi donna poteva essere arrestata ed imprigionata per quasi qualsiasi cosa.
Il pericolo non erano le lesbiche, ma le donne, il sesso delle donne, l’indipendenza delle donne. Qualsiasi marito poteva denunciare la propria moglie perchè lesbica, prostituta, o perché non attendeva ai propri doveri di buona tedesca.
I luoghi in cui si riunivano le lesbiche furono chiusi e loro obbligate ad assomigliare all’ideale di femminilità nazista.
Dopo il 1933 molte lesbiche si sposarono per evitare la pressione sociale esercitata sulle donne nubili.
Qualsiasi donna non sposata, qualunque donna che non avesse figli, qualsiasi donna che fosse promiscua o solo lo sembrasse, era sospettata.
Il crimine era essere donna in una società misogina, essere lesbica era un’aggravante, un qualcosa in più. Le donne, le lesbiche, erano identificate nei campi di concentramento con il triangolo nero delle “asociali”, il colore che i nazisti assegnavano agli individui socialmente disturbati, e in questa categoria rientrava qualsiasi donna che si allontanasse dalla norma.
Successivamente all’olocausto, i gay furono ricordati in diversi modi, per esempio a Berlino fu eretto un monumento in loro onore, ma le lesbiche non furono considerate, pare perchè non esistessero leggi contro di loro. Nonostante non ci fossero leggi specifiche contro le lesbiche, esse hanno vissuto comunque anni di terrore e maltrattamenti.
Anche gli storici hanno rifiutato di comprendere la realtà delle lesbiche nei campi e, molto spesso spiegano le relazioni lesbiche che lì si vivevano come risultato della mancanza di uomini: “come in molte prigioni, nei campi di concentramento donne che in qualsiasi altra situazione avrebbero rifiutato comportamenti omosessuali, lì potevano gradualmente scivolare verso l’accettazione di suddette pratiche”.
Questa spiegazione è così ricorrente che le lesbiche stesse hanno finito per crederci. Annalise W. è una sopravvissuta al campo per donne di Ravenbruck e scrive: “… c’erano moltissime lesbiche lì, però non so se eravamo così da prima o fu il fatto di essere rinchiuse lì dentro che ci rese tali”.
Anche la famosa Anna Frank era lesbica: lei scrisse nel suo diario che, prima di vivere rinchiusa, era spontaneamente attratta da ragazze, anche se questo viene da tutti ignorato.
“Avevo già provato questo tipo di sentimenti incoscientemente, prima di stare qui, perché ricordo che una volta, mentre dormivo con un’amica, provai il forte desiderio di baciarla e lo feci. Ero terribilmente incuriosita dal suo corpo. Però lei lo manteneva sempre coperto e ben nascosto alla mia vista.
Le chiesi, come prova d’amicizia, di toccarci l’un l’altra il seno. Lei non volle. Vado in estasi ogni volta che vedo una donna nuda, come Venere per esempio. Mi sembra così meraviglioso e così prezioso che faccio fatica a trattenere le lacrime. Magari avessi una fidanzata!”

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